Dove va il Monte dei Paschi

Ma che dispettosi questi mercati. Proprio nel giorno più adatto per la scena madre di Beppe Grillo davanti ai soci di Rocca Salimbeni riuniti in mesta assemblea, Piazza Affari ieri ha invertito la rotta, quasi che all’improvviso Santorini e Alexandria, con i loro derivati, non facessero più paura. Il titolo del Monte dei Paschi di Siena ha chiuso con un rialzo dell’11,36 per cento, con Piazza Affari invece a meno 0,2, recuperando parzialmente la perdita di circa il 20 per cento delle tre precedenti sedute. Tutto finito? “Quando si ha a che fare con i derivati bisogna sempre usare il condizionale – frena Luca Comi, analista bancario di Icbpi – ma anche a sentire i colleghi stranieri la sensazione è che siamo di fronte a un caso particolare, non di sistema.
12 AGO 20
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Ma che dispettosi questi mercati. Proprio nel giorno più adatto per la scena madre di Beppe Grillo davanti ai soci di Rocca Salimbeni riuniti in mesta assemblea, Piazza Affari ieri ha invertito la rotta, quasi che all’improvviso Santorini e Alexandria, con i loro derivati, non facessero più paura. Il titolo del Monte dei Paschi di Siena ha chiuso con un rialzo dell’11,36 per cento, con Piazza Affari invece a meno 0,2, recuperando parzialmente la perdita di circa il 20 per cento delle tre precedenti sedute. Tutto finito? “Quando si ha a che fare con i derivati bisogna sempre usare il condizionale – frena Luca Comi, analista bancario di Icbpi – ma anche a sentire i colleghi stranieri la sensazione è che siamo di fronte a un caso particolare, non di sistema. E che ben pochi credano all’apocalisse evocata dal leader a Cinque stelle o prestino troppa attenzione all’offensiva contro Banca d’Italia”. Un caso legato a “errori strategici commessi in passato di cui tra l’altro già tiene conto il business plan 2015 che prevede anche un aumento di capitale con esclusione del diritto d’opzione”. Ovvero, l’operazione che segnerà il distacco quasi definitivo della banca dalla Fondazione che scenderà dall’attuale 31 per cento al 20 o giù di lì. In sintesi, i mercati non solo si attendono che l’operazione pulizia vada avanti – in parallelo forse, scriveva ieri Federico Fubini sul sito web del Corriere della Sera, a “un’inchiesta di natura penale” – ma, com’è loro abitudine, già guardano oltre.
Ieri l’assemblea straordinaria dei soci ha approvato a larga maggioranza la delega al cda per un eventuale aumento di capitale a garanzia della copertura dell’aiuto pubblico, i 3,9 miliardi di euro di Monti bond. Adesso la banca potrà emettere i bond che saranno sottoscritti dallo stato. Poi entro il 2015, o se possibile prima, la coppia di testa, cioè il presidente Alessandro Profumo e l’ad Fabrizio Viola, darà il via all’aumento per ridurre il carico degli interessi dei Monti bond, 350 milioni all’anno che gravano come un macigno sull’istituto. Prima però occorre far piazza pulita di quel che resta della governance casereccia del passato e scegliere una soluzione per il futuro: forse l’arrivo di un socio forte, capace di governare, come sta facendo Andrea Bonomi in Bpm (per anni altro tormentone del sistema bancario)? Oppure meglio le nozze con Intesa o Unicredit? O perché non aprire le porte a un fondo sovrano del sud del mondo o a un partner industriale che arriva dal nord Europa? Ieri Profumo ha detto: “Deludo chi spera ci sia un socio pronto a entrare”, ma i mercati sperano.
Visto sotto questo profilo, il caos-derivati sarebbe più l’occasione per voltare pagina che non per avviare una virtuale Norimberga sugli errori passati, al punto che Giacomo Vaciago, economista ma anche ex sindaco di centrosinistra a Piacenza, non esita ad agitare la carta della “nazionalizzazione a tempo”: “Come hanno fatto a Washington, a Londra e a Stoccolma – ha detto ieri al sito d’informazione finanziaria First on line – Di fronte a crisi così gravi, una grande banca va salvata con una temporanea nazionalizzazione: piuttosto che prestare soldi con i Tremonti bond o i Monti bond a un istituto che non si sa più nemmeno che cosa sia, come il Monte dei Paschi, è meglio seguire la via più lineare”. Così facendo, soprattutto, verrebbe inviato ai mercati un segnale di concordia nazionale inedito: “I conti si regolano dopo, prima bisogna fare quadrato. Come fecero la Casa Bianca, il Tesoro Usa e la Fed”. D’altronde, ragionano i più pessimisti, cosa succederà se Mps non sarà in grado di restituire i Monti bond? I titoli si trasformerebbero in un prestito convertendo, con lo stato che poi diventa azionista. Una soluzione estrema e d’emergenza che, a giudicare dagli umori delle Borse, sembra eccessiva. Meglio pensare, semmai, al dopo voto, quando Mps potrebbe essere il banco di prova più imbarazzante per un governo a guida Bersani. “Non penso – dice Mario Noera, docente di Economia dei mercati finanziari in Bocconi – che il Pd possa adottare la soluzione Obama. Non a Siena, almeno”. E allora? “Se fosse necessario un nuovo socio, Mps potrebbe diventare il test di nuove soluzioni: una banca media, con un forte radicamento in Italia può risultare appetibile per un gruppo internazionale”.
D’accordo anche Carlo Benigni, autore di “Le mani sulla banca” (Donzelli) sulla Fondazione Cassa di risparmio di Cuneo: “Profumo è un manager che sa guardarsi attorno – dice – E un investitore estero con una visione di lungo periodo potrebbe essere interessato a un ottimo circuito distributivo, per di più in regioni con un’economia sana, seppure in crisi. Inoltre i prezzi sarebbero convenienti. Ma, a meno di un’improbabile Opa ostile, l’iniziativa dovrà partire comunque dal management senese”. In un modo o nell’altro, sarà messa alla prova quell’ossessione di indipendenza che ha segnato il declino di un istituto che in 15 anni si è giocato l’eredità di mezzo millennio di profitti, con acquisizioni sbagliate nel prezzo e pace sindacale comprata con accordi generosi che oggi Viola fatica a cancellare. Non è per caso, probabilmente, che i rovesci di Siena abbiano coinciso con l’èra della finanza globale che mal s’accorda, tra un derivato e un algoritmo, con la governance che privilegia amici e amici degli amici.